LA STORIA

[...]La prima immagine della costruzione risale al 1671, quando un documento riporta l'atto di acquisto di una porzione di beni comunali da parte di Agostino Bellatto: quello che sarà poi il corpo centrale della villa presenta ancora una facciata su tre piani dal classico impianto tripartito delle aperture.

La strada de la Barca passava a nord, tangente all'edificio; questa dislocazione portò di necessità a spostare l'ingresso verso il fianco occidentale del cortile per dare respiro e visibilità alla villa.

A metà del Settecento venendo da Feltre per la strada Trevisana e svoltando poi all'altezza dell'Osteria di Rovigo si raggiungeva la villa accolti dalla sontuosa facciata a timpano con doppie paraste, eretta ancora secondo i modi del Longhena: la carrozza entrava dal grande arco in un ampio spazio a doppia altezza, decorato verso l'alto con una fascia decorata a cornici ovali e quadrangolari con sfondi di paesaggi. Con l'intento di dare sfarzo anche ad una semplice dimora di campagna l'ampio androne che attraversava il piano terra per raggiungere le scale era interamente affrescato a finte architetture con paraste e busti, mentre la saletta dell'ingresso meridionale era ornata da due colonne in pietra a capitello dorico.

Gli archi oggi riapparsi sulla facciata sud testimoniano un uso precedente dell'avancorpo come stalla e annesso rustico di servizio alla villa. Siamo tra la fine del Seicento e gli inizi del XVIII secolo e la villa era ancora su tre piani con un fastoso piano nobile arricchito da un prezioso apparato decorativo a stucco dorato di gusto ancora barocco, con ricchi portali timpanati ed elaborate cornici, forse pensate per contenere specchi o tele oggi scomparsi. Nella sala di nord-est su un bellissimo camino si trovava il ritratto ad altorilievo di un Bellati, forse il nobile Valerio, poi consacrato vescovo da Papa Benedetto XIII.

L'ingresso coperto per le carrozze con i suoi affreschi sono stati realizzati entro il 1724 insieme alla sopraelevazione del corpo centrale con un secondo piano nobile e il sottotetto, coronato da un elaborato cornicione con modiglioni a ricciolo. Gli affreschi del 2° piano, eseguiti su superfici in leggero rilievo, ritornano sul tema decorativo delle finte architetture con sfondi a "trompe d'oeil", forse ispirati alle splendide vedute che si godevano e ancora oggi si godono dal grande salone passante.

Dall'alto l'impianto del complesso monumentale è chiarissimo: ai lati del corpo centrale nel 1724 sono state aggiunte le due barchesse, quella a ovest interamente porticata ad archi e quella ad est più ampia, suddivisa da quattro coppie di paraste intercalate da due porte con timpano modanato e da un arco centrale passante con lunetta affrescata.

Il gusto del committente per un architettura colta nobilita così anche edifici destinati agli usi più umili.

Con la caduta della Serenissima, la famiglia aristocratica perde la sua posizione di prestigio ma mantiene le proprietà continuando a gestire una azienda agricola estesa su 18 ettari. Nel 1840 ai Bellati subentrano i Dartora, ricchi borghesi e proprietari terrieri le cui fortune però declinano verso gli ultimi decenni del secolo fino a costringerli ad ipotecare l'immobile.

Tenuti all'oscuro dell'ipoteca, i fratelli Chenet acquistano la villa con i terreni nel 1882; vinceranno la causa intentata contro i precedenti proprietari e quindi si stabiliranno definitivamente nella villa dopo la divisione dei beni di famiglia avvenuta nel 1913. Aperture di nuove finestre, tamponamenti di archi, nuove partizioni verticali e orizzontali, tinteggiatura a più mani di calce dei locali ricavati sono gli interventi effettuati per le esigenze abitative dei tre proprietari.

Arriva poi la guerra e la riva del Piave diventa per un anno, tra il 1917 e il 1918, la linea del fronte. La villa si salva a caro prezzo: sfondata l'ala est da un proiettile austriaco e danneggiata la facciata sud da un tiro corto delle artiglierie italiane, le nostre truppe scavano una galleria sotto il corpo centrale della villa e sotto la strada a nord per ricavare una postazione di vedetta e interdizione sulla sponda scoscesa del Piave.

Secondo la testimonianza orale di un anziano del luogo, il Re d'Italia e Comandante in Capo del Regio Esercito, Vittorio Emanuele III, si sarebbe fermato per qualche ora nella villa, durante una rapida visita alle postazioni della prima linea e all'ospedale da campo di Covolo nella primavera del 1918. Ripristinati i locali alla meno peggio, una minaccia ben più grave si presenterà in due riprese, nel 1921 e nel 1959, quando per esigenze di allargamento della Strada della Barca il Comune di Pederobba presenterà progetti che prevedevano l'esproprio e la demolizione dei fabbricati lungo la strada.

Grazie all'inserimento della villa veneta nel catalogo del Mazzotti del 1954 e all'istituzione del vincolo di interesse storico - artistico da parte della Soprintendenza ai Monumenti in base all'art.1 della Legge n.l089 del 1939, notificato ai Chenet il 30 Maggio 1959, il complesso monumentale si salva anche se ridotto in pessime condizioni, abitato solo in parte e per il resto inutilizzato.

IL RESTAURO

Un grande passo verso il riaccorpamento della proprietà originaria avviene nel 1990 quando i fratelli Andrighetto acquistano buona parte degli immobili ad esclusione dell'ala est, rimasta agli eredi dei Chenet.

I nuovi proprietari provvedono in breve tempo a fare gli interventi più urgenti per garantire la conservazione degli edifici: il rifacimento delle coperture e il consolidamento delle fondazioni lungo il frontestrada. Si rendono anche conto che per restituire all'antico splendore il complesso monumentale serve trovare la destinazione d'uso più consona e compatibile con la qualità architettonica della villa. Nel restauro si procede per fasi: le più bisognose di interventi sono state quindi le facciate, degradate nelle parti originali in marmorino e da ripristini di scarsa qualità conseguenti ai danni della guerra. Le opere in pietra, dalle preziose teste scolpite in chiave degli archi alle semplici balaustre, alle modanature del grande timpano occidentale fino allo stemma dei Bellati, sono state delicatamente ripulite e protette secondo le metodiche approvate dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio.

Sul fronte sud dopo un attenta analisi stratigrafica degli interventi succedutisi nel tempo si sono potute riaprire e rendere leggibili le arcate del portico dell'ala occidentale, eretta dopo il 167l. Questa parte del fabbricato era stata particolarmente manomessa dagli interventi effettuati dopo il 1913: una volta demolite le partizioni interne, riaperto il grande arco d'ingresso e rimosso il pericolante solaio ricostruito dopo la Grande Guerra si è potuto comprendere quale poteva essere stato l'aspetto originario dell'ingresso delle carrozze e sono emerse sotto intonaci recenti e mani di calcina le decorazioni ad affresco, ora oggetto di un delicato intervento di ripulitura e consolidamento. In accordo con la competente Soprintendenza nel progetto di rifunzionalizzazione dell'edificio è stato proposto di realizzare qui un nuovo solaio distaccato dalle pareti affrescate e una scala aperta a vista, in modo da lasciare comunque leggibile il volume a doppia altezza.

Vista la destinazione pubblica come museo comunale prevista per il primo piano nobile della villa e la possibilità di rendere eventualmente visitabile anche il secondo piano nobile, si è ravvisata la necessità di collegare i piani con una piattaforma elevatrice per disabili; effettuando i sondaggi per l'indispensabile vano tecnico sotterraneo e per i sottoservizi sono state scoperte le sostruzioni ad arco di probabile ingresso alla galleria scavata nel 1918.

Con l'assistenza archeologica del Dott.Italo Riera si è proceduto allo svuotamento dai detriti e dai materiali che riempivano quello che in realtà si è rivelato il vano di un rifugio, ricavato allargando la curva della galleria. Sono stati ritrovati i resti delle travature e dei tavolati che reggevano la spinta del terreno insieme con alcuni reperti bellici (una granata disinnescata, una borraccia mod.1917, le parti in ferro di tre palette individuali per fanteria). Verso il Piave sotto il muro della villa si doveva aprire un passaggio tra due tratti di sotto fondazione in mattoni, chiuso dopo la fine delle ostilità da un grossolano getto di calcestruzzo armato con ferri "a coda di porco".

Dopo la messa in opera dei necessari presidi statici si è deciso di concerto con la Soprintendenza di rendere visitabile il vano sotterraneo, ricostruendo con materiali di recupero (come avevano fatto i soldati) le pareti in legno della galleria e la rampa di accesso dal piano del cortile.

Il consolidamento strutturale ha poi in generale riguardato il rifacimento delle teste e il rinforzo della sezione utile delle travature dei solai. Solo le travi nella sala del camino risultavano originali perché ancora decorate a motivi fitomorfici di gusto barocco, mentre le altre erano state già sostituite.

Nel corpo staccato della barchessa ovest si è scelto di conservare le murature che tamponavano parzialmente le arcate: la struttura ancora rivestita con l'originario marmorino resta comunque perfettamente distinguibile dalle altre superfici trattate ad intonaco grezzo. Per la creazione del soppalco ligneo si sono potuti riutilizzare i fori delle travi che nell'Ottocento sostenevano il fienile ricavato sfruttando la grande altezza del volume porticato.